Un’iridescente bolla di sapone
“I have a dream“
Martin Luther King
Il primo emendamento della Costituzione
americana del 1776, quel secondo articolo
che recita “ Ogni essere umano su questa
terra ha diritto alla ricerca della felicità
” è l’incipit alle parole
che verranno.
* * *
Un tempo, tanto tempo fa, i fraticelli del
convento di Santa Maria, chiamato la Rotonda,
scendevano in campo nella zona detta Pianezze,
per giocare a pallone. Rompevano la regola
conventuale del loro ordine francescano, ora
et labora, per schiamazzare rincorrendo la
palla di cuoio, sorreggendo con le mani i
loro lunghi sai d’impaccio al gioco,
trasformando il silenzio in musica ludica.
Quel convento di Santa Maria che ancora guarda
la sinuosa distesa erboarborea di Pianezze,
non ospita più frati conventuali, ma
una Comune di tossicodipendenti che se ne
stanno rinchiusi a meditare, come trappisti,
i tristi fatti della loro vita il cui vero
silenzio è ancora musica allo stato
puro.
Poi venne l’oggi, il tempo di giugno,
quello delle messi che s’indorano, delle
prime calde giornate di una neofita estate,
delle tenere fronde che garriscono accarezzate
da timidi rèfoli e fu musica nel silenzio
della collina…
Ci trovammo una sera in una riunione del Consiglio
comunale, quando la stagione era ancora fredda
di un inverno che stava quasi per tramontare,
a discutere con certi maggiorenti sulla possibilità
di organizzare in Vialfré una manifestazione
finalizzata alla diffusione culturale della
danza e musiche tradizionali: il Gran Bal
Trad.
Trattammo l’argomento ascoltando con
curiosità quello che ci fu esposto,
usando l’attenzione che è doverosa
quando l’argomento del contendere è
distante dalle consuetudini che ci sono proprie
per la novità della proposta organizzativa.
La loro presentazione espositiva ci parlò
di un Festival. Ecco l’intenzione propositiva:
“…Il Gran Bal Trad è un
festival dedicato alla danza tradizionale
etnica, nato dal desiderio di mettere in contatto
differenti modi di esprimere la danza e la
musica delle varie culture presenti in Europa
e nella nostra Italia. Le giornate del Gran
Bal Trad si articoleranno in ateliers di danza
e stages di strumento al mattino e pomeriggio,
con feste da ballo sino all’alba…”.
Ci parve una proposta interessante, fuori
degli schemi tradizionali di quello che usualmente
é invalso nell’uso comune, inteso
come festival.
Dopo attenta riflessione, alcune settimane
appresso, demmo il nostro consenso e, in quella
riunione, discutemmo tutte le modalità
relative al dare ed avere per consentire un
giusto equilibrio fra investimenti e ricavi
delle parti contraenti. Acconsentimmo alle
loro richieste e chiedemmo esclusivamente
la gestione del servizio bar; ci stringemmo
la mano sull’accordo consensuale.
Il Festival di danza e di musiche tradizionali,
edizione 2005, poteva avere inizio: Vialfré,
22/26 giugno, area naturalistica Pianezze.
* * *
Ci stacchiamo dalla fredda descrizione delle
premesse festivaliere, per immergerci nella
valutazione di altri fatti annessi e connessi
a sensibilità che ci sono risultate
proprie. Li abbiamo voluti descrivere su presupposti
d’impressioni personali vissute al momento
degli accadimenti, da percettibilità
che ne hanno generato la nostra verità
soggettiva, per racchiuderli nei Racconti
della Meridiana; questo è uno di loro.
“ I have a dream”, ho un sogno…,
diceva Martin Luther King e si riferiva nel
contesto alla realizzazione di un’opportunità
d’integrazione del popolo “nigger”
con gli “yankees” statunitensi,
sui diritti civili.
Il sogno è anche un inganno della mente
in cui è dolce cullarsi. Tutti i sogni
prendono spunto da un’illusione primigenia
in cui, anche se non sarà vera la sua
realizzazione, sarà in ogni caso bello
crederci. Noi abbiamo talmente creduto, che
il sogno si è realizzato.
A guardarlo dalla nostra ottica, il Gran Bal
Trad nella sua caleidoscòpica esuberanza,
ci ha dato modo di percepire sensazioni che
da prima parevano tanto distanti da noi, d’apparirci
nebulose, come certe galassie lontane dal
nostro sistema cognitivo. Una filosofia di
vita che c’è parsa quasi mistica,
una fuga dal mondo, così interpretata
nelle sue articolazioni di suoni e balli.
I personaggi che ne hanno fatto parte, si
sono materializzati come in una fiaba di un
vecchio film dal nome Brigadoon, un immaginario
paese che dalla creatività di una mente
fantasiosa, si è tramutato in una realtà
per un presupposto magico gioco del destino.
Sul pianoro collinare degradante verso la
dolce sinuosità di Pianezze, era situato
il cosmopolìta quanto cromatico campeggio
e dal poggio sciamavano quotidianamente verso
gli edifici consacrati al culto, gli adoratori
degli dei pagani: musica e danza.
Si alternavano gli “amateurs”
in stages mattutini, silenziosamente accomunati
a seguire le spiegazioni teoriche degli insegnanti
sui passi e sulle movenze; la nostra lontananza
dal loro sito, li faceva apparire come forme
idealizzate in uno stato di trance a seguire
mentalmente quello che avevano appreso a parole.
Romantiche figurine ritagliate nell’atmosfera
per apparire contrastanti con il verde che
faceva loro da quinta; forme effimere che
mai si ripetevano uguali, benché simili.
Come talune ballerine di Degas rifatte “en
plein-air”; altri figuranti ripresi
nelle loro esibizioni acrobatiche come quelle
fissate sulle tele da Henri de Toulouse-Lautrec
al Moulin Rouge
Il silenzio dava loro concentrazione e a noi,
serenità di una visione poetica d’altri
tempi. Capimmo cosa fosse la danza etnofolclorica
“… ogni danza appartenente al
patrimonio tradizionale di un gruppo etnico
o la sua trasposizione in forma spettacolare”.
Capimmo anche la filosofia di vita che regola
certi amori viscerali che pur avendo fisicità,
sono esenti da trivialità comportamentali
che contraddistinguono l’uso del corpo
nel ballo. Era come sognare ad occhi aperti
e vederne realizzata materialmente la trasformazione
onirica.
Non si può far muovere così
tanta gente, se le stesse non sono animate
da intenti che nulla hanno a che vedere con
la perdita del tempo. Esiste una sola concausa
ed esclusivamente legata con un rapporto simbiotico
che sa di vite parallele, prese a braccetto
da una comune passione, la danza, così
come si è espressa con il Gran Bal
Trad.
Fu alla sera del mercoledì 22, quando
ci fu la “vernice” e i balli si
unirono in matrimonio alla musica, che in
noi sorse un’ammirevole quanto inattesa
sorpresa e lo stupore iniziale di aspetti
musicali che non conoscevamo così interpretati
coralmente, si tramutò in deliziosa
euforia coinvolgente che ci beneficò
come una flebo vitale.
La nostra postazione “caffetteria”
è stata senz’altro un punto privilegiato
per l’osservazione dei singoli personaggi
che hanno fatto parte del rutilante mondo
del ballo. Gli inglesi definiscono il Pub
(acronimo di public house), con la seguente
allocuzione “ Il Pub non è un
pubblico esercizio, ma un modello di vivere”.
Ci può essere similitudine con il nostro
modello di vita che s’identifica con
il bar?. Eccone una conseguente dimostrazione
pratica.
L’onda d’afflusso ai padiglioni
risentiva del riflusso di risacca verso la
nostra postazione, quando stanchezza e calura
soverchiavano i nostri. Via via si fecero
palesi i personaggi che da lontani quanto
indefinibili figuranti di danza, ci divennero
familiari e presto definiti nelle loro caratteristiche
peculiari. Solo poche persone sulle centinaia
ruotate, ci apparvero altezzose o sufficienti,
ma l’eccezione è una consuetudine
del vivere e senza di questa non ci sarebbero
conferme della regola. Gli altri…, che
dire degli altri. Se ne sarebbe potuto fare
un saggio socio-antropologico su ogni personaggio
apparso al soglio della “caffetteria”
senza dimenticarne uno; ma come fare per non
annoiare con un elenco telefonico senza far
soprassaltare le menti da improvvise emicranie?.
Ne descriveremo alcuni di questi personaggi
presi a campione, come si trattasse di un’indagine
demoscopica, riproducendoli in clonazione,
con tutto il rispetto etico dovuto alle leggi
sull’ingegneria genetica.
I musicanti, ad esempio; un trattato a parte
assieme ai maestri di danza, che hanno differenziato
i caratteri degli uni, più stravaganti
e teatranti, rispetto alla sobria riservatezza
degli altri. Non hanno fatto discrepanza,
che fossero austriaci o provenzali ancorché
irlandesi o canadesi, che suonassero musiche
balcaniche o burrèes della lingua d’oca,
occitane o argentine al suono della sensuale
milonga. Si sono tutti adeguati incarnando
il personaggio che la parte imponeva e nessuno
si è smentito. I francesi alla Chirac
si sono distinti dagli inglesi di Blair, così
come gli austriaci di Schüssel si sono
staccati dagli irlandesi nella loro doppia
diversità, fra quelli dell’EIRE
e gli altri dell’Ulster.
A loro insaputa li abbiamo studiati leggendoli
come in un libro aperto di propedeutica psicologica,
sostituendo la teoria delle parole con la
pratica osservazione sul campo; quello che
pareva un separato rapporto fra le parti di
chi chiede per ricevere e di chi accoglie
le richieste come controcanto, non è
stato altro che un’indagine che ci ha
giovato più di quanto noi si sia stati
in grado di dare. Una lezione di vita esclusa
da schemi teorici, smentendo talune ipotesi
volenti dimostrare che solo gli interessi
venali reggono il nostro rutilante quanto
edonista ed arrogante mondo. Spontaneità
così genuine da far apparire la bellezza
degli intenti, veri gioielli alla pari dei
must di Cartier.
Conoscemmo una ragazza francese, Sophie,
che rimase per tutti i cinque giorni vestita
allo stesso modo, noncurante del mondo che
l’accerchiava, ballando a piedi nudi,
come una delle fantastiche naiadi di Erasmo
da Rotterdam e che nella quiete dei meriggi,
nella solitudine della calura, danzava evoluendo
il corpo sul ritmo del silenzio che era musica
nella sua mente.
Sotto le ombrose querce, seduti dirimpètto,
una coppia d’apparenti “fidanzatini”
alla Peynet, provavano accordi di violino
indifferenti verso il resto del mondo che
li attorniava con sguardi forse indiscreti;
occhi socchiusi ed espressioni trasognate
di un’estasi meditativa da mantra.
Due giovani amiche dal pari trasporto musicale,
sedevano attorno ad un tavolo provando melodie
sul flauto dolce e su quello traverso, come
deliziassero con il loro canto, gnomi e folletti
del bosco.
Conoscemmo una leggiadra “fatina”
colorata di variopinti abiti provenzali, che
ci riempì di delizia ogni volta che
si presentò ai nostri occhi; sapeva
irradiare dal sorriso tutta l’estrosità
del suo allegro carattere e mantenere intatta
la femminilità anche sotto la maschera
della stanchezza.
Nel boschetto di frassini, non lontano da
noi e dal Labirinto, proveniva il suono lamentevole
e struggente di una cornamusa, melodia che
pareva colonna sonora di un film sul famigerato
lago di Loch Ness. La suonava, avvolto nella
sua solitudine d’artista, Daniel, uno
scozzese delle isole Orkney, riccioluto e
malpélo (nell’accezione migliore
dell’aggettivo) che prediligeva la nostra
birra rossa non schiumata. Daniel era di una
simpatia impetuosa e dalla mimica così
coinvolgente, da far capire nel gesto ogni
segno del proprio pensiero gaelico.
Il Labirinto è stato un’attrazione
che più ha colpito la fantasia di tutti;
quel senso d’antico e di misterioso
che hanno tutte le costruzioni della “land
art”, siano esse arcaiche o recenti.
Quel riemergere dall’antico che sa di
mitologia greca, di Creta, di Minosse, del
Minotauro e del filo di Arianna…
Una coppia d’inglesi di perfetto stile
vittoriano, George e Mildred, passeggiavano
spesso nella sua spirale a rette spezzate,
con un’andatura lenta e meditativa,
tenendosi per mano amorevolmente e facendo
trasparire dai loro volti, beatitudine e trasporto
mistico. Tenerezze infinite che hanno riempito
il cuore di soffuse invidie e mai sopite.
Si può conoscere così tanto
in così poco tempo?. La risposta è
stata si…e come!
Il sogno si reitera e alfine diviene risveglio
che conserva il ricordo, spesso parziale o
alterato ed ecco invece la sua esile figura
di donna, minuta e definita in tutti i suoi
dettagli che la personificano. Il viso regolare
dalla vivacità di un’espressione
aperta nel tempo e perdurante; nessun’ombra
di mestizia, ma sola gioia di vita, quel voler
vivere spavaldo che sa d’ingordigia,
mai di morigerazione nel dare per ricevere.
Prorompente vitalità di una giovinezza
vogliosa di tutto, nel godere il presente,
così come il futuro che verrà.
Non una pillola di spontaneità, ma
un megatone di genuinità allo stato
puro: lei.
L’apostrofo con un “buongiorno
signorina” e lei di rimbalzo mi mette
a nudo l’anticonvenzionale:
“ Ma che signorina…, nel nostro
ambiente non si usano i formalismi. Mi chiamo
Patty e tu? “.
Io un uomo retrò che ancora affonda
le sue radici in un “ lei” che
non vuole morire per adattarsi ai tempi che
cambiano. Impacciato per la gratuità
di una confidenza che sa di un solo secondo
o forse meno, ma che mi affascina come una
carezza inaspettata.
Vuole un caffè e mi guarda negli occhi
senza malizia,; il suo sguardo è limpido
come l’aria e luminoso; le traspare
un profondo desiderio di parlare e tessere
un rapporto che sa di spontaneità sin
dalla genesi; ma non percepisco in lei tracce
di logorrèa.
E parliamo di fumo, di tabagismo, mentre le
preparano la bevanda, visto che lei assapora
una sigaretta con lo stesso gusto che si può
provare nel tenero gesto di un’amante
verso il suo partner.
“… Si stigmatizza il fumo e si
trascura l’alcolismo…; non trovi
sia un’incongruenza?”.
Sono affascinato da lei, come non lo sono
più da tanto nei riguardi di una donna.
Invecchiando sono diventato selettivo e forse
sofista nel valutare le cose e le persone
nelle loro situazioni peculiari. Tutto mi
scivola addosso come fossi impermeabile ai
richiami delle falene e sono diventato critico
ad oltranza; il bello ed il buono non sono
un’imposizione che mi deriva dagli altri,
ma una convinzione radicata da tempo su mie
scelte personali che non sono dettate da psicosi
collettiva, ma da libero arbitrio. Ne faccio
un presuntuoso vanto da apparire alterigia,
che poi non è, ma che altri confondono,
non conoscendomi.
E lei mi piace sin dal primo istante, come
fossi coinvolto e posseduto da una sindrome,
quella di Stendhal (lui, a dire il vero, si
chiamava Marie Henri Beyle ). Il realismo
della mia osservazione oggettiva è
inseparabile dal carattere profondamente individuale
della sua espressione Perché mi piace
così? Perché una distanza che
ci separa per età da quarant’anni
di differenza, mi trova così vicino
a lei?
E’ possibile che un feeling fra due
persone nasca nel breve volgere di secondi
per affinità di sentimenti e sensibilità?
Tutto avviene nei tempi tecnici che la pausa
ci concede prima di ricevere altri avventori
ed è così spiegato l’interrogativo.
Poi se ne va con un sorriso ed un arrivederci;
il mio ricambiatole con mestizia, non potendola
trattenere. La guardo deambulare quel suo
grazioso corpo senza atteggiamenti che abbiano
sapore d’ostentazione. Sa benissimo
che la osservo. E’ semplice e spontanea
anche nella camminata, femminile e armonica,
facendo frusciare quel suo abito di voile
lungo quasi alle caviglie.
Mi viene in mente Marcel Proust e la sua
“Recherche”, quella sul tempo
perduto…e allora capisco
che il tempo lo perdi solo quando sei disattivato
dalle cose terrene, dalle tue elucubrazioni
leziose che non sanno di creatività,
ma di rimpianti legati a posizioni di stallo
che sono arrocco scacchistico e quindi improduttivo.
Ci sono momenti della nostra esistenza che
bisogna saper emendare dai pragmatismi e prendere
la vita di petto; altre volte blandirla, tenerla
sottobraccio e corteggiarla perché
così è; la vita è donna
e come tale va assecondata per non renderla
nemica e diventare ostacolo insormontabile,
nonché ostaggio. Mai vivere di rimpianti
sul tempo perduto, ma solo godere su quello
guadagnato nell’averlo vissuto, comunque
sia stato. E allora gioisco gli istanti che
mi si offrono come gratifica e pregusto quelli
che verranno quando ancora la rivedrò.
Istintivamente la cerco con gli occhi nella
lontananza, senza distrarmi più di
tanto dalle cose che sto facendo e la vedo
avvolta nella luce dei riflettori, saltellante
su uno dei tanti “burrées”
e far la vezzosa per obbligo di copione con
i suoi partners occasionali, come impone la
scena interpretativa del ballo.
Sono stanco…; sono troppe le ore che
ci obbligano al servizio volontario che prestiamo.
Tredici ore in piedi sono tante anche per
un giovanotto settantenne come io sono e sento
che mi sono necessarie pause fisiologiche
per la ricarica delle batterie, ma…la
congiunzione non è un valore avversativo
da denotare incertezza, solo rammarico di
dovermi assentare e perdere il bello delle
cose che mi stanno capitando, legate a fatti
e persone che mi trovano dirimpettaio.
Poi una sera, senza che me n’accorga,
la vedo entrare nella zona “off limits”
del bar e apostrofarmi senza preamboli, con
la decisione delle persone che non ammettono
le mezze misure; mi dice schietta”…
voglio che tu impari i passi dei burrées…”.
Mi si mette dirimpètto e mi spiega…di
immaginare che fra noi esiste una linea di
demarcazione che ci separa: “ tu sei
lì e io qui, va bene? Tre passi in
avanti e tre passi all’indietro…e
così per tre volte; tu vieni a casa
mia e io a casa tua…, capito?“.
Ho capito si, ma sono goffo nell’interpretazione
per una radicata imperizia verso il ballo
in generale e lei tanto sicura e scenica,
con le sue movenze aggraziate e sensuali.
E facciamo nove passi in totale e alla fine
di questi, mi fermo e le dico d’istinto,
senza la minima premeditazione“ sono
venuto tre volte a casa tua e tu altrettante
a casa mia…; quand’è che
andiamo a letto?”. Lei esplode in una
risata che sa di spontaneità intelligente
e poi prende un falso atteggiamento sussiegoso
stando al gioco della mia battuta da bar;
mi apostrofa semplicemente, sgranandomi gli
occhi:“ mais monsieur! ( ma signore!)”.
Finisco di ridere con lei e con tutti gli
altri che ci stavano guardando allibiti.
Un soprassalto di consapevolezza mi prende
alla strozza e la coscienza mi perseguita
petulante, dicendomi sfrontata e sarcastica
“ Complimenti! Ti sei comportato da
vero signore…; meglio non lo potevi
fare?”.
Rispondo mentalmente “… So benissimo
che la ragione dovrebbe sempre prevalere sull’istinto,
ma…mi è venuta spontanea con
lei e giuro che nelle mie parole non esisteva
alcun’intenzione da trivio; non fa parte
della mia filosofia di vita…”.
La coscienza scosse la testa, convinta a mezzo.
Quando mi scusai con Patty a tu per tu per
quello che avevo detto, ritenendolo opportuno
per evitare fraintendimenti, ricevetti la
risposta che solo una persona intelligente
poteva darmi:
”… non mi devi nessuna scusa;
quello che hai detto lo hai palesato davanti
ad altri, ad alta voce. Mi sarei infastidita
se me lo avessi sussurrato all’orecchio,
come fanno taluni esseri scostumati e impertinenti,
ma tu…” e chiuse l’inciso
con un sorriso aperto e schietto.
Gli ospiti fissi della manifestazione usufruivano
del servizio catering per i due pasti principali.
Si formava una lunga coda prospiciente il
padiglione, dopo il triplice richiamo del
“corno” che non era inglese, ma
una mistificazione pari a quelle petulanti
trombette da stadio. I pranzanti, con i loro
traballanti vassoi ricolmi, tenuti in un precario
equilibrio, venivano al bar per il rifornimento
liquido: acqua minerale, vino o birra. In
quel frangente conoscemmo uno strano personaggio
imparruccato da capelli leonini, di media
statura e dalla figura membruta, un viso tondo
e rubizzo, un crapulone insomma, dalla loquacità
prorompente. Sostenne che era astemio ma che
voleva assaggiare il nostro vino. Ci fu un
attimo di leggera perplessità da parte
nostra per la contraddizione in termini, ma
esaudimmo la richiesta. Più tardi,
quando lo rivedemmo per il rito del caffè
dopo pasto, era in compagnia di una signora
e parlava gesticolando con doppia enfasi.
L’argomento era imperniato su Padre
Pio…e la signora incredula alle parole
che le erano rovesciate con esagerazione retorica,
lo stava ad ascoltare con un’espressione
attonita. Lui perorava la causa “…lo
conoscevo bene Padre Pio, un gran bell’elemento…;
lo sa che aveva tre figli? Dormiva in parrocchia
per ricevere le donne…, che puttaniere!
Quando è morto, ha lasciato un vitalizio
ai figli da farli vivere abbienti…per
il resto dei loro giorni. Crede che le racconti
della frottole? Lo so che non ci crede, ma
è la verità; Dio…, se
è la verità”.
Era la sua verità, quella soggettiva
da “ in vino veritas” e la perorava
con l’enfasi di tutti gli esseri alticci
che trovano un uditore compiacente, ma forse
non troppo convinto, vista l’espressione
allibita della signora.
Speriamo che il futuro non riservi a quel
chiacchierone incanutito una carriera da alcolista
mitomane dall’illazione facile.
Ci fu una giovane gentildonna che mentalmente
chiamai Sambuca e che si presentò immancabilmente
tre volte il giorno, durante tutto il periodo
del Gran Bal Trad. Splendida donna sulla trentina,
capelli ricci che le incorniciavano un viso
interessante cosparso da tenue efelidi, alta
di statura e dal portamento ieratico. Non
atteggiava il viso ad alcuna espressione,
tranne quella fredda ed impersonale della
sua immancabile richiesta:” un caffè
corretto Sambuca”. Mi ha sempre apostrofato
con la stessa deferenza che una nobildonna
tratta un lacchè. Perché darle
torto. Da un paese, un piccolo borgo antico
di duecentoquaranta anime sperdute nei boschi…,
nemmeno citato dalla famosa Guida della Lonely
Planet, cosa vi puoi trovare; più che
dei bifolchi!.
Sarebbe sempre opportuno, in ogni caso, soffermarsi
un attimo sulle persone e fare dei distinguo!
Era accompagnata da un’amica bionda
e molto carina, madre di un delizioso pargolo
che si alimentava di ghiaccioli alla menta
e che non smentiva le fattezze della sua bella
genitrice.
Alla signora Sambuca, strappai un misurato
stupore, quando all’ultimo giorno le
proposi di leggersi un bel libro, volume che
ebbi modo di centellinare quando avevo vent’anni
e dintorni. Titolava: “ Mister Whisky
mio rivale”. Non ricordo l’autore
e a lui chiedo scusa. Si trattava della storia
di un uomo che aveva una moglie alcolizzata
e il cui rivale era appunto lo scotch; una
storia finita male.
Non so se la signora afferrò la velata
allusione, vera o presunta, ma la sua risposta
unita ad un farmaceutico sorriso, fu: “Che
tipo strano…è lei”.
Quando c’eclissavamo dal servizio per
naturale sfinimento, lo facevamo sostituti
da altri che lo continuavano per tutta la
notte, sino all’alba. Non si è
mai smesso di dare il nostro supporto logistico
agli stacanovisti del ballo e penso che la
prestazione sia stata riconosciuta dalla maggior
parte dei presenti. Il nostro rammarico è
stato quello di esserci persi quello che altri
hanno avuto modo di vedere in vece nostra,
ma nella vita non si può egoisticamente
avere tutto.
Riprendevamo verso le otto del mattino seguente
per preparare le colazioni, unite ai croissantes
appena sfornati, da somministrare ai primi
clienti mattinieri. Che fossimo riposati non
è stato veritiero, ma l’entusiasmo
ci ha sempre sostenuto con piena e costante
partecipazione. Non fummo mai sottoposti ad
alcuna prova anti doping…
Non conoscevo l’organetto diatonico
(ma solo la scala diatonica, quella formata
da cinque toni e da due semitoni non consecutivi)
e nemmeno la sua poliedrica melodiosità.
Lo sentii suonato una sera per la prima volta,
provenirmi come un’eco soffusa da un
gazebo non lontano da noi. Un crocchio di
persone attorniava il terzetto di suonatori,
formato da due organetti e un violino. Lo
sforzo della mia attenzione era imperniato
sulla difficoltà di estrapolare la
loro musica, dall’altra che proveniva
da un padiglione in cui i suonatori eseguivano
composizioni occitane.
La musicalità dello strumento mi ha
affascinato come quello della ghironda medioevale
chiamato anticamente organistrum. Perché
parlo dell’organetto diatonico? Perché
nel bel mezzo della penultima serata, si era
verso la mezzanotte, apparve Patty che volle
ballassi con lei una delle danze burrées,
con tanto d’orchestrali al suo seguito:
due organetti e un violino, appunto. Avrei
barattato l’anima con Faust pur di non
sfigurare con lei e con gli astanti, ma la
mia ritrosia fu scalzata dalla sua amabile
insistenza e mi piegai agli eventi, anziché
spezzarmi in due dalla vergogna. Incominciarono
gli orchestrali ad intonare il brano musicale
e Patty, preso il giusto tempo, ad incitarmi
per mettere in pratica la lezione impartitami
a suo tempo:”…tre passi in avanti
e tre indietro…” e con variante
a sorpresa; rondò con la dama, una
volta a destra e una a sinistra.
Fu la pantomima più mal riuscita della
mia vita, indimenticabile però, per
via della persona che mi indusse in tentazione
e nell’atmosfera metafisica in cui tutto
si svolse. Grazie ancora per la particolare
gentilezza dimostratami; orchestrali e fanciulla,
tutti per me.
Ho gustato quell’attimo di felicità
con profonda emozione, celata ad arte per
non cadere nella retorica di un romanticismo
patetico. Sentii salirmi una tachicardia emozionale
dovuta all’incontenibilità di
un gesto inaspettato che non immaginavo sostenessi,
pensando di non essere in grado di contenerlo
sino alla fine, tanto ne ero ebbro. Non ebbi
comunque altra reazione finale che un confuso
quanto impacciato ringraziamento ed un inchino
verso la mia amabile dama. Forse l’ho
delusa e me ne scuso, ma i burrées
sono danze serie e io un neofita quanto inadeguato
apprendista stregone.
E siamo giunti al termine: un altro giro
di giostra e il Gran Bal Trad chiuderà
i battenti. Si spegneranno le luci e con esse
l’allegria, compagna di tanta felicità
bucolica ancorché conviviale. La musica
del silenzio regnerà ancora sovrana.
Ci sarà un arrivederci? Chissà!
Forse si…
I rimpianti hanno sempre una speranza che
regge il futuro delle illusioni in un prossimo
sogno che verrà.
Finì tutto domenica 26 giugno e se
non io non proseguii nella nottata come sarebbe
stato giusto facessi, fu dovuto al groppo
che mi chiudeva la strozza come mi garrotassero;
i commiati, quando mi coinvolgono emotivamente,
mi straziano l’anima. Il sogno stava
per finire e con lui la felicità di
quei giorni che sono stati un corroborante
alla mia decliviante vita.
Patty mi ha aspettato nella notte per salutarmi,
accostandosi teneramente alla mia guancia
e baciandomi con delicatezza, come obbliga
il protocollo delle circostanze sui luoghi
comuni. Sapevo che non l’avrei più
rivista. Istintivamente avrei voluto stringerla
a me e dirle…che lei mi portava via
una parte di felicità acquisita in
quei giorni, ma è così ridicolo
un uomo, un uomo della mia onoranda età
fare il romantico vagheggino, che mi sono
pudicamente mortificato oltre il dovuto.
* * *
Esistono molti perché nella vita.
Taluni importanti interrogativi predominano
su altri che fanno parte delle curiosità
spicciole, come corollario. Le loro risposte
sono interessi infantili che lasciano il tempo
che trovano. Altri “perché”
vanno svelati per appagare la curiosità
di certe papille gustative che hanno necessità
di alimentare la nostra intelligenza.
Alla fine del racconto, qualcuno si sarà
potuto porre l’interrogativo del come
io abbia iniziato un prologo mettendo a braccetto
del sogno, la felicità.
Anni orsono, un medico mi diagnosticò
il cancro. I perché angoscianti fecero
ressa nella mia mente e si sgomitarono per
assurdo diritto di prelazione, come se taluni
interrogativi fossero più impellenti
di altri. Una patologia oncologica non ha
dovere di spiegazioni sui singoli perché.
Feci un sogno che cullai nella mia mente,
quando mi trovai degente dopo l’intervento
al sigma: provare ancora una volta la felicità,
per lunga o corta essa fosse nel tempo, oltre
all’incommensurabile piacere di rivivere.
Ero persino disposto ad aspettarla…
Ci sono voluti parecchi anni di trepida attesa
nella banalità del quotidiano, ma la
felicità, quella che io presupponevo
essermi sufficiente è arrivata, perdurando
ben cinque giorni, quelli del giugno 2005.
Una limitata pretesa nei desideri? Troppo
minimalista? Può darsi per gli altri,
non per me! Ci sono e ci saranno sempre degli
increduli, coloro i quali hanno un vago concetto
quanto ambiguo sulla parola felicità
e che beffeggiano gli stilemi di certi generi
letterari, sostenendo che si possa credere
vero qualcosa perché si desidera intensamente.
Se è così, io ho messo in pratica
l’illusione di credere e non sono stato
deluso. Ci provino anche gli scettici a seguire
le orme di un certo Vittorio Alfieri: “
volli, sempre volli, fortissimamente volli”
o altrimenti per i più timorati di
Dio, lo sperimentino sulla scorta dell’evangelico
“ nulla è impossibile a chi crede”.
Ecco svelato il perché ho scritto la
genesi di questo racconto, unendo nell’incipit,
due dei più prestigiosi sostantivi:
sogno e felicità, che vorrei ognuno
incastonasse negli anelli della propria vita
per farne viatico.
Puff…e il sogno è svanito!
Da un’idea di Arrigo Destefanis
Scritto dalla Meridiana, lì 27 giugno
2005; era di lunedì.