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DICONO DI NOI

Un’iridescente bolla di sapone

“I have a dream“
Martin Luther King

Il primo emendamento della Costituzione americana del 1776, quel secondo articolo che recita “ Ogni essere umano su questa terra ha diritto alla ricerca della felicità ” è l’incipit alle parole che verranno.

* * *

Un tempo, tanto tempo fa, i fraticelli del convento di Santa Maria, chiamato la Rotonda, scendevano in campo nella zona detta Pianezze, per giocare a pallone. Rompevano la regola conventuale del loro ordine francescano, ora et labora, per schiamazzare rincorrendo la palla di cuoio, sorreggendo con le mani i loro lunghi sai d’impaccio al gioco, trasformando il silenzio in musica ludica.
Quel convento di Santa Maria che ancora guarda la sinuosa distesa erboarborea di Pianezze, non ospita più frati conventuali, ma una Comune di tossicodipendenti che se ne stanno rinchiusi a meditare, come trappisti, i tristi fatti della loro vita il cui vero silenzio è ancora musica allo stato puro.

Poi venne l’oggi, il tempo di giugno, quello delle messi che s’indorano, delle prime calde giornate di una neofita estate, delle tenere fronde che garriscono accarezzate da timidi rèfoli e fu musica nel silenzio della collina…
Ci trovammo una sera in una riunione del Consiglio comunale, quando la stagione era ancora fredda di un inverno che stava quasi per tramontare, a discutere con certi maggiorenti sulla possibilità di organizzare in Vialfré una manifestazione finalizzata alla diffusione culturale della danza e musiche tradizionali: il Gran Bal Trad.
Trattammo l’argomento ascoltando con curiosità quello che ci fu esposto, usando l’attenzione che è doverosa quando l’argomento del contendere è distante dalle consuetudini che ci sono proprie per la novità della proposta organizzativa.
La loro presentazione espositiva ci parlò di un Festival. Ecco l’intenzione propositiva:

“…Il Gran Bal Trad è un festival dedicato alla danza tradizionale etnica, nato dal desiderio di mettere in contatto differenti modi di esprimere la danza e la musica delle varie culture presenti in Europa e nella nostra Italia. Le giornate del Gran Bal Trad si articoleranno in ateliers di danza e stages di strumento al mattino e pomeriggio, con feste da ballo sino all’alba…”.

Ci parve una proposta interessante, fuori degli schemi tradizionali di quello che usualmente é invalso nell’uso comune, inteso come festival.
Dopo attenta riflessione, alcune settimane appresso, demmo il nostro consenso e, in quella riunione, discutemmo tutte le modalità relative al dare ed avere per consentire un giusto equilibrio fra investimenti e ricavi delle parti contraenti. Acconsentimmo alle loro richieste e chiedemmo esclusivamente la gestione del servizio bar; ci stringemmo la mano sull’accordo consensuale.
Il Festival di danza e di musiche tradizionali, edizione 2005, poteva avere inizio: Vialfré, 22/26 giugno, area naturalistica Pianezze.

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Ci stacchiamo dalla fredda descrizione delle premesse festivaliere, per immergerci nella valutazione di altri fatti annessi e connessi a sensibilità che ci sono risultate proprie. Li abbiamo voluti descrivere su presupposti d’impressioni personali vissute al momento degli accadimenti, da percettibilità che ne hanno generato la nostra verità soggettiva, per racchiuderli nei Racconti della Meridiana; questo è uno di loro.

“ I have a dream”, ho un sogno…, diceva Martin Luther King e si riferiva nel contesto alla realizzazione di un’opportunità d’integrazione del popolo “nigger” con gli “yankees” statunitensi, sui diritti civili.
Il sogno è anche un inganno della mente in cui è dolce cullarsi. Tutti i sogni prendono spunto da un’illusione primigenia in cui, anche se non sarà vera la sua realizzazione, sarà in ogni caso bello crederci. Noi abbiamo talmente creduto, che il sogno si è realizzato.
A guardarlo dalla nostra ottica, il Gran Bal Trad nella sua caleidoscòpica esuberanza, ci ha dato modo di percepire sensazioni che da prima parevano tanto distanti da noi, d’apparirci nebulose, come certe galassie lontane dal nostro sistema cognitivo. Una filosofia di vita che c’è parsa quasi mistica, una fuga dal mondo, così interpretata nelle sue articolazioni di suoni e balli. I personaggi che ne hanno fatto parte, si sono materializzati come in una fiaba di un vecchio film dal nome Brigadoon, un immaginario paese che dalla creatività di una mente fantasiosa, si è tramutato in una realtà per un presupposto magico gioco del destino.

Sul pianoro collinare degradante verso la dolce sinuosità di Pianezze, era situato il cosmopolìta quanto cromatico campeggio e dal poggio sciamavano quotidianamente verso gli edifici consacrati al culto, gli adoratori degli dei pagani: musica e danza.
Si alternavano gli “amateurs” in stages mattutini, silenziosamente accomunati a seguire le spiegazioni teoriche degli insegnanti sui passi e sulle movenze; la nostra lontananza dal loro sito, li faceva apparire come forme idealizzate in uno stato di trance a seguire mentalmente quello che avevano appreso a parole. Romantiche figurine ritagliate nell’atmosfera per apparire contrastanti con il verde che faceva loro da quinta; forme effimere che mai si ripetevano uguali, benché simili. Come talune ballerine di Degas rifatte “en plein-air”; altri figuranti ripresi nelle loro esibizioni acrobatiche come quelle fissate sulle tele da Henri de Toulouse-Lautrec al Moulin Rouge
Il silenzio dava loro concentrazione e a noi, serenità di una visione poetica d’altri tempi. Capimmo cosa fosse la danza etnofolclorica “… ogni danza appartenente al patrimonio tradizionale di un gruppo etnico o la sua trasposizione in forma spettacolare”. Capimmo anche la filosofia di vita che regola certi amori viscerali che pur avendo fisicità, sono esenti da trivialità comportamentali che contraddistinguono l’uso del corpo nel ballo. Era come sognare ad occhi aperti e vederne realizzata materialmente la trasformazione onirica.
Non si può far muovere così tanta gente, se le stesse non sono animate da intenti che nulla hanno a che vedere con la perdita del tempo. Esiste una sola concausa ed esclusivamente legata con un rapporto simbiotico che sa di vite parallele, prese a braccetto da una comune passione, la danza, così come si è espressa con il Gran Bal Trad.
Fu alla sera del mercoledì 22, quando ci fu la “vernice” e i balli si unirono in matrimonio alla musica, che in noi sorse un’ammirevole quanto inattesa sorpresa e lo stupore iniziale di aspetti musicali che non conoscevamo così interpretati coralmente, si tramutò in deliziosa euforia coinvolgente che ci beneficò come una flebo vitale.
La nostra postazione “caffetteria” è stata senz’altro un punto privilegiato per l’osservazione dei singoli personaggi che hanno fatto parte del rutilante mondo del ballo. Gli inglesi definiscono il Pub (acronimo di public house), con la seguente allocuzione “ Il Pub non è un pubblico esercizio, ma un modello di vivere”. Ci può essere similitudine con il nostro modello di vita che s’identifica con il bar?. Eccone una conseguente dimostrazione pratica.
L’onda d’afflusso ai padiglioni risentiva del riflusso di risacca verso la nostra postazione, quando stanchezza e calura soverchiavano i nostri. Via via si fecero palesi i personaggi che da lontani quanto indefinibili figuranti di danza, ci divennero familiari e presto definiti nelle loro caratteristiche peculiari. Solo poche persone sulle centinaia ruotate, ci apparvero altezzose o sufficienti, ma l’eccezione è una consuetudine del vivere e senza di questa non ci sarebbero conferme della regola. Gli altri…, che dire degli altri. Se ne sarebbe potuto fare un saggio socio-antropologico su ogni personaggio apparso al soglio della “caffetteria” senza dimenticarne uno; ma come fare per non annoiare con un elenco telefonico senza far soprassaltare le menti da improvvise emicranie?. Ne descriveremo alcuni di questi personaggi presi a campione, come si trattasse di un’indagine demoscopica, riproducendoli in clonazione, con tutto il rispetto etico dovuto alle leggi sull’ingegneria genetica.

I musicanti, ad esempio; un trattato a parte assieme ai maestri di danza, che hanno differenziato i caratteri degli uni, più stravaganti e teatranti, rispetto alla sobria riservatezza degli altri. Non hanno fatto discrepanza, che fossero austriaci o provenzali ancorché irlandesi o canadesi, che suonassero musiche balcaniche o burrèes della lingua d’oca, occitane o argentine al suono della sensuale milonga. Si sono tutti adeguati incarnando il personaggio che la parte imponeva e nessuno si è smentito. I francesi alla Chirac si sono distinti dagli inglesi di Blair, così come gli austriaci di Schüssel si sono staccati dagli irlandesi nella loro doppia diversità, fra quelli dell’EIRE e gli altri dell’Ulster.
A loro insaputa li abbiamo studiati leggendoli come in un libro aperto di propedeutica psicologica, sostituendo la teoria delle parole con la pratica osservazione sul campo; quello che pareva un separato rapporto fra le parti di chi chiede per ricevere e di chi accoglie le richieste come controcanto, non è stato altro che un’indagine che ci ha giovato più di quanto noi si sia stati in grado di dare. Una lezione di vita esclusa da schemi teorici, smentendo talune ipotesi volenti dimostrare che solo gli interessi venali reggono il nostro rutilante quanto edonista ed arrogante mondo. Spontaneità così genuine da far apparire la bellezza degli intenti, veri gioielli alla pari dei must di Cartier.

Conoscemmo una ragazza francese, Sophie, che rimase per tutti i cinque giorni vestita allo stesso modo, noncurante del mondo che l’accerchiava, ballando a piedi nudi, come una delle fantastiche naiadi di Erasmo da Rotterdam e che nella quiete dei meriggi, nella solitudine della calura, danzava evoluendo il corpo sul ritmo del silenzio che era musica nella sua mente.
Sotto le ombrose querce, seduti dirimpètto, una coppia d’apparenti “fidanzatini” alla Peynet, provavano accordi di violino indifferenti verso il resto del mondo che li attorniava con sguardi forse indiscreti; occhi socchiusi ed espressioni trasognate di un’estasi meditativa da mantra.
Due giovani amiche dal pari trasporto musicale, sedevano attorno ad un tavolo provando melodie sul flauto dolce e su quello traverso, come deliziassero con il loro canto, gnomi e folletti del bosco.
Conoscemmo una leggiadra “fatina” colorata di variopinti abiti provenzali, che ci riempì di delizia ogni volta che si presentò ai nostri occhi; sapeva irradiare dal sorriso tutta l’estrosità del suo allegro carattere e mantenere intatta la femminilità anche sotto la maschera della stanchezza.
Nel boschetto di frassini, non lontano da noi e dal Labirinto, proveniva il suono lamentevole e struggente di una cornamusa, melodia che pareva colonna sonora di un film sul famigerato lago di Loch Ness. La suonava, avvolto nella sua solitudine d’artista, Daniel, uno scozzese delle isole Orkney, riccioluto e malpélo (nell’accezione migliore dell’aggettivo) che prediligeva la nostra birra rossa non schiumata. Daniel era di una simpatia impetuosa e dalla mimica così coinvolgente, da far capire nel gesto ogni segno del proprio pensiero gaelico.
Il Labirinto è stato un’attrazione che più ha colpito la fantasia di tutti; quel senso d’antico e di misterioso che hanno tutte le costruzioni della “land art”, siano esse arcaiche o recenti. Quel riemergere dall’antico che sa di mitologia greca, di Creta, di Minosse, del Minotauro e del filo di Arianna…
Una coppia d’inglesi di perfetto stile vittoriano, George e Mildred, passeggiavano spesso nella sua spirale a rette spezzate, con un’andatura lenta e meditativa, tenendosi per mano amorevolmente e facendo trasparire dai loro volti, beatitudine e trasporto mistico. Tenerezze infinite che hanno riempito il cuore di soffuse invidie e mai sopite.
Si può conoscere così tanto in così poco tempo?. La risposta è stata si…e come!
Il sogno si reitera e alfine diviene risveglio che conserva il ricordo, spesso parziale o alterato ed ecco invece la sua esile figura di donna, minuta e definita in tutti i suoi dettagli che la personificano. Il viso regolare dalla vivacità di un’espressione aperta nel tempo e perdurante; nessun’ombra di mestizia, ma sola gioia di vita, quel voler vivere spavaldo che sa d’ingordigia, mai di morigerazione nel dare per ricevere. Prorompente vitalità di una giovinezza vogliosa di tutto, nel godere il presente, così come il futuro che verrà. Non una pillola di spontaneità, ma un megatone di genuinità allo stato puro: lei.
L’apostrofo con un “buongiorno signorina” e lei di rimbalzo mi mette a nudo l’anticonvenzionale:
“ Ma che signorina…, nel nostro ambiente non si usano i formalismi. Mi chiamo Patty e tu? “.
Io un uomo retrò che ancora affonda le sue radici in un “ lei” che non vuole morire per adattarsi ai tempi che cambiano. Impacciato per la gratuità di una confidenza che sa di un solo secondo o forse meno, ma che mi affascina come una carezza inaspettata.
Vuole un caffè e mi guarda negli occhi senza malizia,; il suo sguardo è limpido come l’aria e luminoso; le traspare un profondo desiderio di parlare e tessere un rapporto che sa di spontaneità sin dalla genesi; ma non percepisco in lei tracce di logorrèa.
E parliamo di fumo, di tabagismo, mentre le preparano la bevanda, visto che lei assapora una sigaretta con lo stesso gusto che si può provare nel tenero gesto di un’amante verso il suo partner.
“… Si stigmatizza il fumo e si trascura l’alcolismo…; non trovi sia un’incongruenza?”.
Sono affascinato da lei, come non lo sono più da tanto nei riguardi di una donna. Invecchiando sono diventato selettivo e forse sofista nel valutare le cose e le persone nelle loro situazioni peculiari. Tutto mi scivola addosso come fossi impermeabile ai richiami delle falene e sono diventato critico ad oltranza; il bello ed il buono non sono un’imposizione che mi deriva dagli altri, ma una convinzione radicata da tempo su mie scelte personali che non sono dettate da psicosi collettiva, ma da libero arbitrio. Ne faccio un presuntuoso vanto da apparire alterigia, che poi non è, ma che altri confondono, non conoscendomi.
E lei mi piace sin dal primo istante, come fossi coinvolto e posseduto da una sindrome, quella di Stendhal (lui, a dire il vero, si chiamava Marie Henri Beyle ). Il realismo della mia osservazione oggettiva è inseparabile dal carattere profondamente individuale della sua espressione Perché mi piace così? Perché una distanza che ci separa per età da quarant’anni di differenza, mi trova così vicino a lei?

E’ possibile che un feeling fra due persone nasca nel breve volgere di secondi per affinità di sentimenti e sensibilità? Tutto avviene nei tempi tecnici che la pausa ci concede prima di ricevere altri avventori ed è così spiegato l’interrogativo.
Poi se ne va con un sorriso ed un arrivederci; il mio ricambiatole con mestizia, non potendola trattenere. La guardo deambulare quel suo grazioso corpo senza atteggiamenti che abbiano sapore d’ostentazione. Sa benissimo che la osservo. E’ semplice e spontanea anche nella camminata, femminile e armonica, facendo frusciare quel suo abito di voile lungo quasi alle caviglie.

Mi viene in mente Marcel Proust e la sua “Recherche”, quella sul tempo perduto…e allora capisco
che il tempo lo perdi solo quando sei disattivato dalle cose terrene, dalle tue elucubrazioni leziose che non sanno di creatività, ma di rimpianti legati a posizioni di stallo che sono arrocco scacchistico e quindi improduttivo.
Ci sono momenti della nostra esistenza che bisogna saper emendare dai pragmatismi e prendere la vita di petto; altre volte blandirla, tenerla sottobraccio e corteggiarla perché così è; la vita è donna e come tale va assecondata per non renderla nemica e diventare ostacolo insormontabile, nonché ostaggio. Mai vivere di rimpianti sul tempo perduto, ma solo godere su quello guadagnato nell’averlo vissuto, comunque sia stato. E allora gioisco gli istanti che mi si offrono come gratifica e pregusto quelli che verranno quando ancora la rivedrò. Istintivamente la cerco con gli occhi nella lontananza, senza distrarmi più di tanto dalle cose che sto facendo e la vedo avvolta nella luce dei riflettori, saltellante su uno dei tanti “burrées” e far la vezzosa per obbligo di copione con i suoi partners occasionali, come impone la scena interpretativa del ballo.

Sono stanco…; sono troppe le ore che ci obbligano al servizio volontario che prestiamo. Tredici ore in piedi sono tante anche per un giovanotto settantenne come io sono e sento che mi sono necessarie pause fisiologiche per la ricarica delle batterie, ma…la congiunzione non è un valore avversativo da denotare incertezza, solo rammarico di dovermi assentare e perdere il bello delle cose che mi stanno capitando, legate a fatti e persone che mi trovano dirimpettaio.
Poi una sera, senza che me n’accorga, la vedo entrare nella zona “off limits” del bar e apostrofarmi senza preamboli, con la decisione delle persone che non ammettono le mezze misure; mi dice schietta”… voglio che tu impari i passi dei burrées…”. Mi si mette dirimpètto e mi spiega…di immaginare che fra noi esiste una linea di demarcazione che ci separa: “ tu sei lì e io qui, va bene? Tre passi in avanti e tre passi all’indietro…e così per tre volte; tu vieni a casa mia e io a casa tua…, capito?“. Ho capito si, ma sono goffo nell’interpretazione per una radicata imperizia verso il ballo in generale e lei tanto sicura e scenica, con le sue movenze aggraziate e sensuali. E facciamo nove passi in totale e alla fine di questi, mi fermo e le dico d’istinto, senza la minima premeditazione“ sono venuto tre volte a casa tua e tu altrettante a casa mia…; quand’è che andiamo a letto?”. Lei esplode in una risata che sa di spontaneità intelligente e poi prende un falso atteggiamento sussiegoso stando al gioco della mia battuta da bar; mi apostrofa semplicemente, sgranandomi gli occhi:“ mais monsieur! ( ma signore!)”. Finisco di ridere con lei e con tutti gli altri che ci stavano guardando allibiti.
Un soprassalto di consapevolezza mi prende alla strozza e la coscienza mi perseguita petulante, dicendomi sfrontata e sarcastica “ Complimenti! Ti sei comportato da vero signore…; meglio non lo potevi fare?”.
Rispondo mentalmente “… So benissimo che la ragione dovrebbe sempre prevalere sull’istinto, ma…mi è venuta spontanea con lei e giuro che nelle mie parole non esisteva alcun’intenzione da trivio; non fa parte della mia filosofia di vita…”. La coscienza scosse la testa, convinta a mezzo.
Quando mi scusai con Patty a tu per tu per quello che avevo detto, ritenendolo opportuno per evitare fraintendimenti, ricevetti la risposta che solo una persona intelligente poteva darmi:
”… non mi devi nessuna scusa; quello che hai detto lo hai palesato davanti ad altri, ad alta voce. Mi sarei infastidita se me lo avessi sussurrato all’orecchio, come fanno taluni esseri scostumati e impertinenti, ma tu…” e chiuse l’inciso con un sorriso aperto e schietto.

Gli ospiti fissi della manifestazione usufruivano del servizio catering per i due pasti principali. Si formava una lunga coda prospiciente il padiglione, dopo il triplice richiamo del “corno” che non era inglese, ma una mistificazione pari a quelle petulanti trombette da stadio. I pranzanti, con i loro traballanti vassoi ricolmi, tenuti in un precario equilibrio, venivano al bar per il rifornimento liquido: acqua minerale, vino o birra. In quel frangente conoscemmo uno strano personaggio imparruccato da capelli leonini, di media statura e dalla figura membruta, un viso tondo e rubizzo, un crapulone insomma, dalla loquacità prorompente. Sostenne che era astemio ma che voleva assaggiare il nostro vino. Ci fu un attimo di leggera perplessità da parte nostra per la contraddizione in termini, ma esaudimmo la richiesta. Più tardi, quando lo rivedemmo per il rito del caffè dopo pasto, era in compagnia di una signora e parlava gesticolando con doppia enfasi. L’argomento era imperniato su Padre Pio…e la signora incredula alle parole che le erano rovesciate con esagerazione retorica, lo stava ad ascoltare con un’espressione attonita. Lui perorava la causa “…lo conoscevo bene Padre Pio, un gran bell’elemento…; lo sa che aveva tre figli? Dormiva in parrocchia per ricevere le donne…, che puttaniere! Quando è morto, ha lasciato un vitalizio ai figli da farli vivere abbienti…per il resto dei loro giorni. Crede che le racconti della frottole? Lo so che non ci crede, ma è la verità; Dio…, se è la verità”.
Era la sua verità, quella soggettiva da “ in vino veritas” e la perorava con l’enfasi di tutti gli esseri alticci che trovano un uditore compiacente, ma forse non troppo convinto, vista l’espressione allibita della signora.
Speriamo che il futuro non riservi a quel chiacchierone incanutito una carriera da alcolista mitomane dall’illazione facile.

Ci fu una giovane gentildonna che mentalmente chiamai Sambuca e che si presentò immancabilmente tre volte il giorno, durante tutto il periodo del Gran Bal Trad. Splendida donna sulla trentina, capelli ricci che le incorniciavano un viso interessante cosparso da tenue efelidi, alta di statura e dal portamento ieratico. Non atteggiava il viso ad alcuna espressione, tranne quella fredda ed impersonale della sua immancabile richiesta:” un caffè corretto Sambuca”. Mi ha sempre apostrofato con la stessa deferenza che una nobildonna tratta un lacchè. Perché darle torto. Da un paese, un piccolo borgo antico di duecentoquaranta anime sperdute nei boschi…, nemmeno citato dalla famosa Guida della Lonely Planet, cosa vi puoi trovare; più che dei bifolchi!.
Sarebbe sempre opportuno, in ogni caso, soffermarsi un attimo sulle persone e fare dei distinguo!
Era accompagnata da un’amica bionda e molto carina, madre di un delizioso pargolo che si alimentava di ghiaccioli alla menta e che non smentiva le fattezze della sua bella genitrice.
Alla signora Sambuca, strappai un misurato stupore, quando all’ultimo giorno le proposi di leggersi un bel libro, volume che ebbi modo di centellinare quando avevo vent’anni e dintorni. Titolava: “ Mister Whisky mio rivale”. Non ricordo l’autore e a lui chiedo scusa. Si trattava della storia di un uomo che aveva una moglie alcolizzata e il cui rivale era appunto lo scotch; una storia finita male.
Non so se la signora afferrò la velata allusione, vera o presunta, ma la sua risposta unita ad un farmaceutico sorriso, fu: “Che tipo strano…è lei”.

Quando c’eclissavamo dal servizio per naturale sfinimento, lo facevamo sostituti da altri che lo continuavano per tutta la notte, sino all’alba. Non si è mai smesso di dare il nostro supporto logistico agli stacanovisti del ballo e penso che la prestazione sia stata riconosciuta dalla maggior parte dei presenti. Il nostro rammarico è stato quello di esserci persi quello che altri hanno avuto modo di vedere in vece nostra, ma nella vita non si può egoisticamente avere tutto.
Riprendevamo verso le otto del mattino seguente per preparare le colazioni, unite ai croissantes appena sfornati, da somministrare ai primi clienti mattinieri. Che fossimo riposati non è stato veritiero, ma l’entusiasmo ci ha sempre sostenuto con piena e costante partecipazione. Non fummo mai sottoposti ad alcuna prova anti doping…

Non conoscevo l’organetto diatonico (ma solo la scala diatonica, quella formata da cinque toni e da due semitoni non consecutivi) e nemmeno la sua poliedrica melodiosità. Lo sentii suonato una sera per la prima volta, provenirmi come un’eco soffusa da un gazebo non lontano da noi. Un crocchio di persone attorniava il terzetto di suonatori, formato da due organetti e un violino. Lo sforzo della mia attenzione era imperniato sulla difficoltà di estrapolare la loro musica, dall’altra che proveniva da un padiglione in cui i suonatori eseguivano composizioni occitane.
La musicalità dello strumento mi ha affascinato come quello della ghironda medioevale chiamato anticamente organistrum. Perché parlo dell’organetto diatonico? Perché nel bel mezzo della penultima serata, si era verso la mezzanotte, apparve Patty che volle ballassi con lei una delle danze burrées, con tanto d’orchestrali al suo seguito: due organetti e un violino, appunto. Avrei barattato l’anima con Faust pur di non sfigurare con lei e con gli astanti, ma la mia ritrosia fu scalzata dalla sua amabile insistenza e mi piegai agli eventi, anziché spezzarmi in due dalla vergogna. Incominciarono gli orchestrali ad intonare il brano musicale e Patty, preso il giusto tempo, ad incitarmi per mettere in pratica la lezione impartitami a suo tempo:”…tre passi in avanti e tre indietro…” e con variante a sorpresa; rondò con la dama, una volta a destra e una a sinistra.
Fu la pantomima più mal riuscita della mia vita, indimenticabile però, per via della persona che mi indusse in tentazione e nell’atmosfera metafisica in cui tutto si svolse. Grazie ancora per la particolare gentilezza dimostratami; orchestrali e fanciulla, tutti per me.

Ho gustato quell’attimo di felicità con profonda emozione, celata ad arte per non cadere nella retorica di un romanticismo patetico. Sentii salirmi una tachicardia emozionale dovuta all’incontenibilità di un gesto inaspettato che non immaginavo sostenessi, pensando di non essere in grado di contenerlo sino alla fine, tanto ne ero ebbro. Non ebbi comunque altra reazione finale che un confuso quanto impacciato ringraziamento ed un inchino verso la mia amabile dama. Forse l’ho delusa e me ne scuso, ma i burrées sono danze serie e io un neofita quanto inadeguato apprendista stregone.

E siamo giunti al termine: un altro giro di giostra e il Gran Bal Trad chiuderà i battenti. Si spegneranno le luci e con esse l’allegria, compagna di tanta felicità bucolica ancorché conviviale. La musica del silenzio regnerà ancora sovrana.
Ci sarà un arrivederci? Chissà! Forse si…
I rimpianti hanno sempre una speranza che regge il futuro delle illusioni in un prossimo sogno che verrà.
Finì tutto domenica 26 giugno e se non io non proseguii nella nottata come sarebbe stato giusto facessi, fu dovuto al groppo che mi chiudeva la strozza come mi garrotassero; i commiati, quando mi coinvolgono emotivamente, mi straziano l’anima. Il sogno stava per finire e con lui la felicità di quei giorni che sono stati un corroborante alla mia decliviante vita.
Patty mi ha aspettato nella notte per salutarmi, accostandosi teneramente alla mia guancia e baciandomi con delicatezza, come obbliga il protocollo delle circostanze sui luoghi comuni. Sapevo che non l’avrei più rivista. Istintivamente avrei voluto stringerla a me e dirle…che lei mi portava via una parte di felicità acquisita in quei giorni, ma è così ridicolo un uomo, un uomo della mia onoranda età fare il romantico vagheggino, che mi sono pudicamente mortificato oltre il dovuto.


* * *

Esistono molti perché nella vita. Taluni importanti interrogativi predominano su altri che fanno parte delle curiosità spicciole, come corollario. Le loro risposte sono interessi infantili che lasciano il tempo che trovano. Altri “perché” vanno svelati per appagare la curiosità di certe papille gustative che hanno necessità di alimentare la nostra intelligenza.
Alla fine del racconto, qualcuno si sarà potuto porre l’interrogativo del come io abbia iniziato un prologo mettendo a braccetto del sogno, la felicità.
Anni orsono, un medico mi diagnosticò il cancro. I perché angoscianti fecero ressa nella mia mente e si sgomitarono per assurdo diritto di prelazione, come se taluni interrogativi fossero più impellenti di altri. Una patologia oncologica non ha dovere di spiegazioni sui singoli perché.
Feci un sogno che cullai nella mia mente, quando mi trovai degente dopo l’intervento al sigma: provare ancora una volta la felicità, per lunga o corta essa fosse nel tempo, oltre all’incommensurabile piacere di rivivere. Ero persino disposto ad aspettarla…
Ci sono voluti parecchi anni di trepida attesa nella banalità del quotidiano, ma la felicità, quella che io presupponevo essermi sufficiente è arrivata, perdurando ben cinque giorni, quelli del giugno 2005.
Una limitata pretesa nei desideri? Troppo minimalista? Può darsi per gli altri, non per me! Ci sono e ci saranno sempre degli increduli, coloro i quali hanno un vago concetto quanto ambiguo sulla parola felicità e che beffeggiano gli stilemi di certi generi letterari, sostenendo che si possa credere vero qualcosa perché si desidera intensamente. Se è così, io ho messo in pratica l’illusione di credere e non sono stato deluso. Ci provino anche gli scettici a seguire le orme di un certo Vittorio Alfieri: “ volli, sempre volli, fortissimamente volli” o altrimenti per i più timorati di Dio, lo sperimentino sulla scorta dell’evangelico “ nulla è impossibile a chi crede”.
Ecco svelato il perché ho scritto la genesi di questo racconto, unendo nell’incipit, due dei più prestigiosi sostantivi: sogno e felicità, che vorrei ognuno incastonasse negli anelli della propria vita per farne viatico.

Puff…e il sogno è svanito!

Da un’idea di Arrigo Destefanis
Scritto dalla Meridiana, lì 27 giugno 2005; era di lunedì.