Folk
Bulletin, maggio 2006
Gran Bal Trad: facciamo il punto
Intervista al Comitato Organizzatore
di Roberto G. Sacchi
Una risposta collegiale alla scoperta
di un appuntamento ormai divenuto imperdibile
per il popolo della danza
La domanda non intende essere polemica,
ma è inutile negare che il Gran Bal Trad
abbia avuto una genesi piuttosto turbolenta.
Possiamo raccontarla ad uso e consumo di chi
non la conosce?
Innanzitutto non la chiameremmo turbolenta,
forse l’aggettivo più adatto è
“graduale”. L’idea di un festival
di danza e musica tradizionale da organizzare
nel Piemonte è nata nel 2000, con nome
“Gran Bal del Piemont”, sulla falsariga
dell’esperienza francese del Gran Bal
d’Europe di Gennetines. Le associazioni
che partecipavano a quest’iniziativa,
ancora inedita in Italia quindi senza alcuna
previsione sulla sua riuscita, si sono imbarcate
in quest’idea con l’entusiasmo delle
novità, grazie alla comune passione per
la musica e il ballo. Dopo alcuni tentativi
comunque andati a buon fine, ora pare che abbiamo
trovato una formula e una località soddisfacenti
per proseguire quest’avventura. 3 anni
fa alcune associazioni, già collaboratrici
delle edizioni del Gran Bal del Piemont, si
sono costituite in un’associazione di
secondo livello, basata esclusivamente sul volontariato
prestato dagli associati e senza alcuno scopo
di lucro, avente come obiettivo l'organizzazione
del festival che è stato denominato "Gran
Bal Trad”.
“Del Piemont” o “Trad”,
in ogni caso, il modello ispiratore resta sempre
il Gran Bal de l’Europe a Gennetines.
In che rapporti siete con questa organizzazione
e come si sono evoluti nel tempo?
Certo, come abbiamo detto già prima,
il modello ispiratore non poteva che essere
il più importante e grande festival europeo,
appunto, Gennetines: nello spirito e nell’efficacia
dell’organizzazione, una manifestazione
popolare che fosse un momento di aggregazione
per tutti gli amanti della danza tradizionale
– e non vorremmo sembrare immodesti, ma
pensiamo di essere sulla buona strada per arrivare
a questo risultato. Per quanto riguarda il rapporto
tra le due associazioni, Bernard Coclet è
sempre stato fonte di incoraggiamenti e di utili
suggerimenti. Lo scorso anno, alla conclusione
del festival svoltosi per la prima volta a Vialfrè,
è stato prodigo di complimenti sia per
la bellezza della nuova sede che per il buon
livello organizzativo, aggiungendo preziosi
consigli per migliorare lavorando con serenità
nello spirito del festival.
Ricordo che moltissimi anni fa, più
di quindici, Bernard Coclet venne in Italia
per cercare i primi sostenitori di questa
sua idea e mi volle incontrare personalmente
a Milano. Gli diedi tutta la disponibilità
del giornale ma solo pochi danzatori si entusiasmarono,
quindi la cosa non decollò subito.
Cosa è poi accaduto in Italia nel mondo
del ballo popolare che ha reso Gennetines
una sorta di Mecca e il GBT un’iniziativa
di grande successo?
Se parli di Mecca dei danzatori, inteso come
luogo di “pellegrinaggio” annuale
a quello che è considerato il cuore
del “culto della danza trad”,
hai ragione. Invece se intendi una Mecca dal
punto di vista economico, noi non sappiamo
dire di Gennetines, ma certamente riteniamo
un successo che il GBT, al suo 6° anno
di esistenza, riesca ad autofinanziarsi senza
produrre perdite. Perché ciò
non è accaduto già 15 anni fa?
Possiamo avanzare solo delle teorie:
Probabilmente qui da noi i tempi non erano
maturi, il popolo dei ballerini non era così
numeroso, quindici anni fa, ad esempio, molti
di noi o non conoscevano ancora il mondo della
danza popolare o vi si erano appena affacciati.
Forse oggi c’è anche un maggior
interesse alla riscoperta delle tradizioni
che ci possono far rinsaldare i legami con
il nostro territorio d’appartenenza
e di conoscere più profondamente le
terre e le culture altrui.
Perché il GBT è un’iniziativa
di grande successo? Forse perché tutte
le associazioni organizzatrici collaborano
nel reciproco rispetto sostenute sempre da
un notevole spirito di aggregazione, percepito
anche dal pubblico desideroso di ritrovare
questa comunione nella passione condivisa.
Come funziona il meccanismo di autofinanziamento
della manifestazione? È un po’
complesso oppure ricordo male?
No, non è per niente complesso:
il primo anno ogni associazione partecipante
si è esposta per una certa somma, finanziando
le spese iniziali e accettando il rischio
di perdere questa somma in caso di fiasco.
Fortunatamente non è stato così:
gli introiti provenienti degli ingressi, cioè
della quota di iscrizione versata dai partecipanti
e della sponsorizzazione di alcuni enti, capaci
di coprire soltanto un percentuale marginale
del totale, sono sufficienti per far andare
alla pari il bilancio, anzi, negli ultimi
2 anni si è partiti con un piccolo
fondocassa che ha permesso di assicurare almeno
i servizi minimi. E i costi materiali sono
molti: l’impianto audio, il noleggio
dei palchi, i pasti e naturalmente il rimborso
spese dei numerosi artisti intervenuti, riusciamo
invece a contenere i costi del “manodopera”
giacché tutto il lavoro organizzativo
è svolto da volontari che nell'ultima
edizione sono stati circa 50.
Come si svolge la fase organizzativa
di una edizione del GBT? Chi si occupa della
direzione artistica, chi di quella amministrativa,
chi dell’ospitalità e soprattutto
come vengono coordinate tutte queste anime,
qual è il momento di coesione operativa?
Grazie della domanda. Infatti, è
quest’aspetto che, crediamo, sia una
delle chiavi della riuscita: le associazioni
e naturalmente i membri attivi di esse che
compongono il direttivo del GBT, costituito
da tre rappresentanti di ciascuna associazione,
sono tutti rigorosamente volontari, animati
dal solo interesse e piacere di organizzare
un festival ben riuscito. Ovviamente da statuto
sono previste le cariche istituzionali, ma
tutte le decisioni vengono prese collegialmente.
Nell’ambito del direttivo ognuno si
occupa di quello che meglio sa fare: mentre
la scelta dei gruppi, essendo il cuore del
GBT, viene fatta collegialmente, vagliando
le proposte e i contatti presentati da ognuno,
la programmazione è affidata al gruppo
dei più competenti in quest’ambito,
e lo stesso avviene per gli altri compiti:
la redazione del bilancio preventivo e consuntivo,
il coordinamento, le relazioni con enti e
il comune di Vialfré, i contatti con
gli artisti e con il pubblico, la pubblicità
e la PR sono svolti da chi si offre per questi
compiti, avendone l’attitudine e le
capacità. Il direttivo si riunisce
mensilmente, in modo conviviale, per un rendiconto
di quanto è stato fatto è per
la preparazione delle successive tappe di
lavoro.
Come vengono effettuate le scelte?
In altre parole, per esempio, come è
maturata l’edizione 2006?
Quali sono le novità rispetto alle
edizioni precedenti e perché sono state
apportate?
Alla base delle scelte artistiche vi è
la ricerca di insegnanti e musicisti possibilmente
autoctoni rispetto alle danze proposte e altamente
qualificati. L'organizzazione dell'edizione
2006 ha avuto inizio alla conclusione dell'edizione
2005, come una logica prosecuzione della nostra
attività. Detto questo, le scelte presentano
sempre, e nel caso migliore, un compromesso
tra l’ottimale e il possibile. Fine
estate 2005 si è stilata una lista
degli artisti che si sono proposti e che si
desidera invitare, si sono presi i contatti,
e dopo, in base agli impegni, alle richieste
e alle proposte dei musicisti si è
arrivati al programma definitivo. Le novità
di quest’anno sono rappresentate da
ulteriori arricchimenti del nostro programma:
quest’anno avremo le “pillole
di danza” a cura di Baldanza, due momenti
nella giornata, di 30 minuti ciascuno, oltre
gli atelier abituali. Anche l’offerta
degli stages di musica è stata ampliata,
avremo due corsi di organetto, due di canto,
ghironda, cornamusa, percussioni, violino
e tammorra. Ci sarà inoltre uno stage
dedicato alle danze per bambini. Invece quanto
riguarda le infrastrutture, avremo 2 grandi
palchi e 2 medi, rispettivamente di 12 x 24,
15 x 20, e 16 x 10 metri , un adeguato numero
di gazebi per gli atelier di strumento, un
servizio di sonorizzazione professionale con
mixer digitali, e dei servizi igienici aggiuntivi
vicino all'area del campeggio, integrato con
un’area riservata per camper e roulotte
Rispetto alla collocazione “storica”
di Sala Biellese, l’individuazione di
Vialfrè come nuova sede del GBT quali
vantaggi ha apportato sia dal punto di vista
logistico sia da quello, diciamo così,
turistico?
L'esigenza di offrire un adeguato
spazio di crescita al GBT ci ha portato ad
individuare nell'area di Vialfrè la
sede che si è rivelata l’ideale.
Chi ha partecipato sia alle edizioni precedenti
e a quella del 2005, ha potuto costatare personalmente
che il cambiamento è stato assolutamente
positivo: l’area è più
ampia, e soprattutto, i vialfredesi hanno
dimostrato un entusiasmo, un’iniziativa
e una collaborazione tale da poterne parlare
solo con dei superlativi.
Se siete d’accordo, allarghiamo
un po’ il discorso. L’interesse
e la sensibilità del pubblico per la
musica folk, o trad che dir si voglia, anche
in Italia è indubbiamente in crescita
esponenziale. Strumenti, ritmi, modi d’esprimersi
in musica che si rifanno a stili tradizionali
liberamente interpretati sono ormai di patrimonio
collettivo. In questo contesto, il mondo della
danza viene spesso accusato di fare “storia
a sé”, di concentrarsi sul momento
edonistico del ballo e trascurarne gli aspetti
culturali. Presumo che avrete qualcosa da
ribattere a queste critiche…
Pensiamo che sia molto riduttivo
generalizzare dividendo i fruitori del folk
tra ascoltatori di concerto colti e interessati
e ballerini superficiali e festaioli, a volte
accusati di vedere la danza come un puro esercizio
ginnico. Probabilmente la questione si risolve
a livello individuale: c’è chi
balla, si diverte, e poi, legge, si informa
e apprezza le spiegazioni teorico-storiche
dei corsi, e c’è anche chi si
accontenta del momento di festa senza porsi
ulteriori domande. Noi ci teniamo che agli
stage la qualità dell’insegnamento
sia sempre garantita da docenti non solo bravi
ballerini, ma ricercatori, o almeno conoscitori
appassionati delle tradizioni. A questo punto,
è libertà dei corsisti recepire
quanto vogliono dall’insegnamento.
Quanto vale oggi, all’interno
delle vostre associazioni, la semplice voglia
di stare insieme rispetto al sentirsi attori
di un processo socioculturale che comincia
ad avere dimensioni e responsabilità
importanti?
Siamo assolutamente distanti dalla
ricerca delle luci della ribalta. La nostra
attività di volontariato è mossa
dall’interesse verso la musica e la
danza tradizionale e dal desiderio di condividerlo.
Ed appunto, questa condivisione presuppone
l’esistenza di una comunità,
la comunità della gente che passa insieme
le 4 giornate del festival. Il nostro lavoro
è di assicurare tutte le condizioni
necessarie perché il semplice “essere
insieme” si trasformi nella condivisione.
La Francia, con il suo associazionismo
diffuso, con il suo modo particolare di approcciare
i valori del ballo trad, è fuor di
dubbio un punto di riferimento. Cosa manca
ancora, secondo voi, all’Italia per
avvicinarsi ai “maestri”?
Come tutti sappiamo, in Italia,
a livello istituzionale manca il riconoscimento,
l’apprezzamento, l’appoggio, finanziario
e morale, non solo del trad, ma della cultura
tout court: la disattenzione della politica
ai valori culturali è spesso criticata,
ma purtroppo mai cambiata. E non si parla
solo di soldi: soprattutto, è questione
di attenzione, di dare lo status e il riconoscimento
alla cultura. Finché non cambia quest’atteggiamento,
non potremo mai arrivare ai livelli d’Oltralpe.